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IL MISTERO DELLE DOMUS DE JANAS

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Le domus de janas sono delle strutture sepolcrali costituite da tombe scavate nella roccia e dalle forme più svariate. Sono tipiche del bacino del Mediterraneo e in particolare della Sardegna.

Il termine significa case delle fate o delle streghe (o, secondo qualche studioso, case di Diana) e sono chiamate in sardo anche con il nome di forrus o forreddus. Sono sovente collegate tra loro a formare delle vere e proprie necropoli sotterranee con in comune un corridoio d’accesso ed un’anticamera, spesso assai spaziosa e dal soffitto alto.

Si trovano in tutta la Sardegna, sia isolate che in grandi concentrazioni qualche volta costituite da più di 40 tombe. Ne sono state ritrovate più di 2.400 sparse su tutta l’isola (più o meno una ogni chilometro quadrato), ma molte rimangono ancora da scavare. Gli archeologi sostengono che siano state costruite tra il IV ed il III millennio a.C.Sono state attribuite alla Cultura di Ozieri che in quel periodo sconvolse completamente il modo di vivere delle popolazioni sarde. Questa cultura fu propria di un popolo molto laborioso e pacifico, sicuramente venuto dal mare, dedito all’agricoltura (e non alla pastorizia), con una particolare religione che molto probabilmente fu portata dalle isole Cicladi: adoravano infatti il Sole e il Toro, simboli della forza maschile, la Luna e la Madre Mediterranea, simboli della fertilità femminile. Statuine stilizzate della Dea Madre sono state spesso ritrovate in queste sepolture e nei luoghi di culto. A Sedini (SS), si trova la Domus de Janas più grande della Sardegna situata al centro del paese, dalla quale è stata ricavata una vera e propria abitazione, oggi trasformata in museo etnografico.Le grotticelle funerarie sono state scavate su costoni in cui affiorava la roccia viva, una vicino all’altra così da formare nel tempo delle vere e proprie necropoli. Anche se presenti in tutto il Mar Mediterraneo, sull’Isola acquistano un carattere di unicità e straordinarietà per l’accurata lavorazione, per i caratteristici aspetti architettonici e le ricche decorazioni che richiamano quelle che furono le case dei vivi ma su scala ridotta (si pensa più o meno alla metà), dandoci però una precisa idea di come in realtà fossero fatte le case dei sardi di cinquemila anni fa.Si possono perciò trovare grotticelle a forma di capanna rotonda con il tetto a forma di cono, ma anche con spazi rettangolari e a tetto spiovente, provviste di porte e di finestre. Le pareti poi, venivano spesso ornate con simboli magici in rilievo, rappresentanti corna taurine stilizzate, spirali ed altri disegni geometrici.Seguendo particolari riti, il defunto veniva trasferito da quella che durante la sua vita fu la sua casa abituale, in un’altra casa, secondo un antico principio ideale – proprio di queste genti – che presupponeva la continuità eterna dell’essere umano.I corpi venivano deposti in posizione fetale e – si pensa – venissero dipinti con ocra rossa, così come le pareti della tomba stessa. Accanto alle spoglie venivano deposti oggetti di uso comune facenti parte del corredo terreno del defunto e si pensa anche che venisse lasciato del cibo per il viaggio verso l’Oltretomba.Il più famoso archeologo sardo, Giovanni Lilliu, su questo argomento ha scritto che i cadaveri erano sepolti, non di rado, sotto bianchi cumuli di valve di molluschi. Ma tutti portando con sé strumenti e monili della loro vita terrena: punte di frecce di ossidiana, coltelli e asce di pietra, ma anche collane, braccialetti ed anelli di filo di rame ritorto, e tante ceramiche.Altre ipotesi sostengono che il corpo veniva lasciato all’aperto per scarnificarsi e solo dopo, quando era ridotto ad uno scheletro, veniva riposto nelle grotticelle.Resta ancora oggi un piccolo mistero la tecnica con la quale siano state realizzate, anche in considerazione del fatto che una gran parte delle tombe furono eseguite scavando rocce dure (talvolta nel granito compatto) con i soli strumenti di pietra, gli unici posseduti dai Neolitici. Molte di esse sono state comunque ottenute da strati di roccia calcarea, dunque tenera (tufacea), che ha consentito agli agenti erosivi un processo inesorabile di modifica (in taluni casi assai grave e irreparabile) dell’aspetto delle domus de Janas, sottraendo ad alcuni complessi varie parti architettoniche, quali coperture e colonne, per non citare la mancata conservazione degli strati dipinti o delle incisioni parietali.

FONTE:http://www.sardegnatrek4x4.com/domus-de-janas/

ARTICOLO RIPRESO ANCHE SU https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2015/07/il-mistero-delle-domus-de-janas.html

 

L’ULIVO DI LURAS, UN’OLIVASTRO DI BEN 4000 ANNI

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ulivo

Si trova in Sardegna. Secondo le stime, la sua età potrebbe superare i 3000 anni e arriverebbe persino a 4000 , è l’ulivo di Luras.L’ulivo di Luras  è stato dichiarato Monumento Naturale e rientra nella lista dei “20 alberi secolari italiani” da tutelare e dichiarare Monumento Nazionale con decreto ministeriale.



Il significato degli alberi e delle piante ha sempre rappresentato, soprattutto in passato, un fattore importante nel rapporto tra l’uomo e la natura. Nelle culture antiche tutto ruotava intorno ai cicli naturali e ai suoi elementi quali alberi, rocce, piante, animali, ecc. Si usavano gli alberi e le rocce per costruire abitazioni, piante per curare ferite e malattie, la terra per coltivare ortaggi e alberi da frutta. Data la fondamentale importanza che ricopriva la natura nella vita dell’uomo, non dovrebbe meravigliare che sia gli alberi che le piante in genere venivano associate a divinità o venivano assunte come simboli di carattere religioso, spirituale ed esoterico. Sia nelle tradizioni nordiche che romane e greche, gli alberi hanno sempre rappresentato il mezzo di interconnessione tra la superfice della terra, il sottosuolo e il cielo. La terra rappresentava il mondo dei mortali, al sottosuolo veniva associato il mondo degli inferi mentre il cielo era considerato la dimora degli dèi. In particolare, la figura dell’albero rappresentava l’unione tra il passato (simboleggiato dalle radici) il presente (simboleggiato dal tronco) e il futuro (rappresentato dalla chioma).

FONTE:http://notiziautile.altervista.org/ulivo-di-luras-un-magnifico-olivastro-di-4000-anni/

ARTICOLO RIPRESO ANCHE SU https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2016/08/in-sardegna-un-magnifico-albero-di-ben.html

IL TRAILER DI ‘NURAGHES’, IL FANTASY AMBIENTATO NELLA SARDEGNA NURAGICA

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La storia prende ispirazione da un’antica civiltà esistita realmente in Sardegna. Questa la trama:

Nell’isola degli immortali, in mezzo al grande verde, popoli di guerrieri dominano le torri del cielo (imponenti strutture megalitiche innalzate dagli Dei venuti dalle stelle). Durante la cerimonia del Geronticidio (pratica arcaica in cui i piu anziani del villaggio venivano gettati nel sacro precipizio dai loro stessi primogeniti per permettere cosi il passaggio dell’energia spirituale da padre a figlio) il giovane guerriero Ardue’ rifiuta di compiere il trapasso, fuggendo con il suo vecchio e voltando le spalle alle regole della sua civiltà. Cosi una violenta caccia all’uomo ha inizio, il giovane Ardue’ si vedrà costretto ad affrontare il capo tribù e gli stessi guerrieri che lo hanno sempre spalleggiato in battaglia, una profonda lotta emotiva e un viaggio fantastico e visionario che presto lo porterà alla conoscenza di oniriche e astrali verità.

Qui di seguito vi mostriamo il nuovo e più lungo trailer:


Scritto e diretto da Mauro Aragoni, già autore del bellissimo “Quella sporca sacca nera”, il film è ambientato in Sardegna durante l’epoca del bronzo. Un film che promette di essere avvincente e di mettere in primo piano la Sardegna, terra che ha certamente le giuste ambientazioni e una storia adattissima per una trasposizione in chiave fantasy. Per contribuire alla realizzazione e alla distribuzione di questa bella opera collegatevi alla pagina Facebook: https://www.facebook.com/NuraghesFilm

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:https://sardegnaremix.com/2016/06/10/ecco-il-nuovo-piu-lungo-trailer-di-nuraghes-di-nuraghes-il-fantasy-ambientato-nella-sardegna-nuragica/

ARTICOLO RIPRESO ANCHE SU https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2016/06/il-trailer-di-nuraghes-il-fantasy.html

I POSSIBILI “LEGAMI STORICI” TRA LA SARDEGNA E IL NORD EUROPA, IL CASO DEI MENHIR

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Risultati immagini per MENHIR
Di Fabio Garuti
I MEN-HIR. Come potete osservare dalle immagini allegate, parliamo di grandi pietre, (o Megaliti, dal Greco grande pietra, appunto) dette in Lingua Bretone antica MENHIR. Il termine scaturisce dall’unione di MEN ed HIR, ossia lunga – pietra.
Di datazione complessa e non certa, solitamente identificata tra il Quarto ed il Secondo Millennio avanti Cristo, i Menhir erano pietre piantate per terra, a volte anche in veri e propri gruppi anche assai numerosi, ed avevano soprattutto una importante funzione rituale, a quanto ne sappiamo, o possiamo dedurre. Ciò che ci interessa sono però, accertata anche visivamente una somiglianza decisiva, altre considerazioni:
1) Se ne trovano notevoli quantità, ancora oggi, in Britannia, in Bretagna, in Sardegna, ed anche, ma in numero inferiore, nella Penisola Iberica e nel bacino del Mediterraneo. Chiariamo che Britannia (con le varie Isole Britanniche) e Bretagna sono due termini simili, solo che il primo identifica l’odierna Gran Bretagna, mentre il secondo identifica il Nord Ovest della attuale Francia. A parte il nome, è la quantità di Menhir, oltre che le dimensioni, a rendere chiaro il fatto che essi fossero tipici del Nord Europa e che proprio in Sardegna avessero avuto notevole sviluppo, il che è indice di contatti importanti in età molto antica.
2) Dimensioni: il più grande Menhir, purtroppo rotto, è quello Bretone di Locmariaquer, alto circa una ventina di metri, mentre in Sardegna se ne trovano di varie dimensioni. Ne analizzeremo a fondo uno in particolare: quello famosissimo di Mamoiada. Nello specifico quello Bretone citato è certamente il più grande innalzato nel Nord Europa, dal peso di oltre trecento tonnellate; in Lingua Bretone è detto la Pietra delle Fate (Men-er-hroeec’h)
3) la considerazione è d’obbligo: ma se i menhir indicano rapporti non certo superficiali, in quanto si tratta di importanti raffigurazioni a scopo votivo o propiziatorio, come mai non si registrano altre forme storiche od archeologiche di contatti successivi? Eppure con Nord Africa e Penisola Iberica, del pari interessate dal fenomeno dei Menhir, (in maniera addirittura molto meno incisiva), i rapporti, anche in epoca ben successiva, sono proseguiti e possono essere ben documentati e dimostrati. Come mai tra Sardegna e Nord Europa si registra tale brusca ed inspiegabile interruzione? Ecco, analizzato un primo indizio, l’ulteriore confermarsi del dubbio logico iniziale. Ne capiremo qualcosa di più, nel prosieguo, con l’analisi, territorialmente ancor più dettagliata, di ulteriori indizi.
4) ma analizziamo un Menhir Sardo particolarmente interessante: quello di Mamoiada, (Sardegna Centrale) detto anche Stele di Boeli o Sa Perda Pintà. Reperto splendido, in granito, alto 2,67 metri, si caratterizza per una peculiarità unica al Mondo: reca incise nella pietra diverse serie di cerchi concentrici perfettamente realizzati, quasi sia stato utilizzato un “compasso da pietra” per così dire. Cerchi concentrici, badate bene, e non spirali, o labirinti od altro. Il distinguo non è secondario e ci sarà utilissimo, in sede di riscontro, dal momento che sul fenomeno dei cerchi concentrici esistono, a livello ufficiale, solo ipotesi e nessuna certezza.

LA SARDEGNA E I SUOI GUARITORI, TRA POTERI DELLE ERBE, MAGIA E ANTICHI SEGRETI

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Di Stefano Lioni

Curano ustioni, cicatrici, problemi della pelle, lo fanno con erbe segrete e parole magiche, corteggiati senza successo dalle multinazionali del farmaco, sono i guaritori sardi, gli ultimi custodi di antiche arti mediche isolane.

In Sardegna, secondo un recente censimento,  sarebbero 44 i guaritori specializzati nel curare ustioni e altri problemi della pelle. Si trovano a Nuchis, a Monti, a Buddusò e in altri luoghi dell’isola. Non sono medici, sono uomini e donne che però conoscono i poteri delle erbe, le utilizzano in miscugli per curare e in alcuni casi conducono le loro terapie pronunciando le “brebus”, antiche e segrete parole magiche tramandate di generazione in generazione.

A Nuchis, fino a poco tempo fa, arrivavano da tutto il mondo per farsi curare da una signora esperta guaritrice di ustioni. Era consigliata addirittura da molti medici per i casi più difficili, quando la medicina ufficiale non poteva fare di meglio. Come scrive il mio caro amico e scrittore sardo Gianmichele Lisai nel suo libro “101 cose da fare in Sardegna almeno una volta nella vita”, la signora di Nuchis, per le sue guarigioni, usava un unguento speciale di erbe, raccolte nelle campagne vicine.

Oggi a Nuchis sembrerebbe che la signora abbia lasciato in eredità alla figlia la ricetta curativa e che sia ora
quest’ultima a continuare le sedute di guarigione della pelle. La ricetta segreta dei miscugli curativi viene tramandata all’interno delle famiglie dei guaritori che ancora oggi operano, custodita gelosamente, ambita da molti, case farmaceutiche incluse. Le guarigioni vengono effettuate senza chiedere mai soldi in cambio, perchè secondo la tradizione di queste famiglie, non sarebbe giusto farlo. Chi viene curato di solito offre spontaneamente doni, alimenti per ringraziare della cura ricevuta.

Sono tante le testimonianze dei risultati positivi di queste cure, le cita Gianmichele Lisai nel suo libro, le citano in molti ed anche io personalmente conosco una donna che racconta di essersi fatta curare una grande cicatrice sulla schiena, proprio dalla signora di Nuchis. La crema curativa di una famiglia di Buddusò viene addirittura utilizzata nel reparto di dermatologia dell’ospedale di Cagliari, nell’ospedale di Sassari e nel centro grandi ustionati di Genova. Varie sono le ipotesi sugli ingredienti segreti dei miscugli e sulle modalità della scoperta del loro potere curativo, avvenuta forse per caso, come spesso capita. Erbe misteriose quindi, nelle mani di persone sempre pronte ad offrire con esperienza i benefici di questi antichi quanto efficaci rimedi.

FONTE:http://sullaviadeglisciamani.it/index.php/2015/08/14/i-guaritori-sardi-di-oggi-tra-erbe-magia-e-antichi-segreti/

http://saluteolistica.blogspot.it/2015/09/sardegna-i-suoi-guaritori.html

(FOTO:http://blog.libero.it/NICKNULLA)

 

ARTICOLO RIPRESO ANCHE SU https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2015/09/i-guaritori-sardi-di-oggi-tra-erbe.html

LA GIARA, UN ANGOLO DI PREISTORIA IN SARDEGNA

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Ad appena sessanta chilometri da Cagliari è possibile ritrovare, come diceva lo scrittore Guido Piovene, l’infanzia del nostro mondo. Sul morbido paesaggio delle collinette che chiudono a est la piana del Campidano si erge infatti, come un gigantesca fortezza naturale, con i suoi 550 metri di altezza media, un altopiano di natura vulcanica, che occupa una superficie di ben 45 chilometri quadrati.

 

È laGiara, una pianura costituita da magma basaltico sgorgato nel Pliocene da più fenditure della terra: una volta consolidata, la rigida coltre di lava ha protetto gli strati sottostanti dalle successive erosioni, permettendo la formazione di questo immenso tavoliere.

Denominata non a caso l’isola nell’isola, la Giara conserva un ambiente unico e poco compromesso dall’uomo, ricoperto di macchia mediterranea, foreste di sughero e vaste praterie costellate di paulis, laghetti di acqua piovana. In primavera, certamente la stagione migliore per visitarla, è tutto un tripudio di fiori, incluse 15 specie endemiche di orchidee.

Esplorare la Giara è un’esperienza unica: perfino chi la conosce da tempo, ogni volta che ne scavalca l’orlo dalle numerose vie di accesso, non può trattenere un moto di stupore. L’immutabile linea dell’orizzonte, le querce da sughero sempre eguali (vi allignano oltre 250 mila piante), l’ambiente privo di precisi punti di riferimento, il labirinto di sentieri e di tratturi possono addirittura provocare un senso di smarrimento. Meglio affidarsi alle guide locali, che organizzano gite per tutti (da quelle pensate per gli escursionisti allenati a quelle organizzate per i bambini) e che, soprattutto, sanno pazientemente svelare i segreti della flora, della fauna e delle tracce dell’uomo, qui presente sin dai tempi più remoti, come testimoniano i resti dei 23 nuraghi a perimetro del tavolato.

cavallini della giaraE poi la magia dei cavallini. L’altopiano è infatti un habitat protetto che racchiude gli ultimi branchi di cavallini allo stato brado d’Europa. Qui vi sono ospitati circa 500 esemplari di Equus caballus giarae, nome scientifico con cui viene designata la particolare razza equina che popola la Giara. Di taglia minuta (alti al garrese non più di 130 cm) sono ben proporzionati e molto aggraziati. Non se ne conosce esattamente l’origine: sono con molta probabilità i discendenti inselvatichiti dei cavalli portati in Sardegna dai Fenici o dai Greci o dai Cartaginesi: con il trascorrere dei secoli, hanno assunto forma, colore e comportamenti adatti ad un ambiente ruvido ed isolato, sino a poterli definire a buon diritto come animali selvatici.

Quella dei cavallini è peraltro una storia tormentata: ogni anno, con il progredire della stagione asciutta, la Giara si inaridisce e il foraggio disponibile riesce a stento a dare alimento a tutta la popolazione equina. Particolarmente drammatica è stata l’assenza di piogge nell’autunno del 2012, che ha costretto tre dei Comuni dell’area (Gésturi,Tuili, Setzu) e la stessa Regione a intervenire per risolvere lo stato di emergenza.
L’episodio ha avuto il merito di richiamare l’attenzione sulla necessità di valorizzare ulteriormente l’enorme patrimonio naturale della Giara, anche in funzione del rilancio economico di un comprensorio con caratteristiche uniche in Europa, adatto come pochi ad alimentare una forte domanda di turismo responsabile. Una cosa è certa: sorprendere in primavera i cavallini, con gli zoccoli e le froge nell’acqua dei numerosi paulis, mentre brucano delicatamente i ranuncoli e gli anemoni che ricoprono le acque stagnanti, è uno spettacolo che da solo merita un viaggio.

Su Nuraxi, caposaldo del sistema nuragico della Giara

Dichiarato Patrimonio dell’Umanità nel 1997 da parte dell’Unesco, il complesso monumentale di Su Nuraxi, nel comune di Barùmini, nelle vicinanze della Giara, costituisce uno dei maggiori esempi architettonici dell’antica civiltà megalitica ed un’attrazione turistica di prim’ordine. Stranamente la sua scoperta è piuttosto recente. La prima notizia del nuraghe di Barùmini è del 1834, ma bisognerà attendere il 1938 per poter disporre di una descrizione del monumento, curata dall’archeologo Giovanni Lilliu, che disegna anche una planimetria delle parti allora leggibili. Lo stesso Lilliu nel 1940 dà inizio agli scavi di scoperta.

La vera svolta si ha però nel dopoguerra, quando la Soprintendenza alle antichità della Sardegna, con il consistente aiuto finanziario della Regione, promuove, sempre sotto la direzione del Lilliu, una serie di lavori conclusi nel 1956. Emerge così con evidenza l’intera struttura del nuraghe, vengono alla luce buona parte dei vani delle case di abitazione sino ad allora coperte da terreno coltivato, si palesa uno straordinario tessuto urbanistico ed architettonico. La struttura in blocchi basaltici è in realtà una stratificazione di diverse fasi costruttive, che confermano una continuità di vita dell’intero complesso partire dal XVI sino al I secolo a.C.

La struttura più antica del nuraghe è costituita da una torre centrale a tre camere sovrapposte (alta 18,60 m). In seguito, nel periodo del Bronzo tardo, attorno alla torre centrale sorgono quattro torri unite tra loro da una cortina muraria con un ballatoio superiore (oggi andato perduto), comunicanti tutte su un cortile interno servito da un pozzo.
Anche le prime capanne di abitazione si dispongono in prossimità del nuraghe. In tempi più tardi, nell’Età del Ferro, il complesso viene attorniato da un ulteriore cortina muraria. Durante il VI secolo a.C. questo sistema fortificato subisce distruzioni: viene successivamente ripristinato in epoca Cartaginese per poi essere occupato dai Romani prima di essere abbandonato definitivamente.

Su Nuraxi rappresenta il caposaldo di un sistema strategico di cui facevano parte altri nuraghi scaglionati lungo le pendici della Giara, in una posizione che consentiva il controllo dell’importante via di penetrazione che dal Campidano di Cagliari conduceva all’interno dell’isola.

I MISTERI DELLE TOMBE DEI GIGANTI

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Durante l’Età del Bronzo, (3300 – 700 a.C.), la civiltà nuragica eresse in Sardegna quelle che sono diventate famose come le Tombe dei Giganti.
Queste strutture megalitiche sono state utilizzate dal popolo nuragico come tombe pubbliche, per la sepoltura comune di molti individui.
Finora, in Sardegna sono stati scoperti 321 monumenti simili, tra i quali il più famoso è certamente quello di Coddu Vecchiu.
Questi particolari sepolcri consistono essenzialmente in una camera funeraria lunga sino a 30 metri e alta sino a 3 metri. In origine l’intera struttura veniva ricoperta da un tumulo somigliante più o meno ad una barca rovesciata.
La parte frontale della struttura è delimitata da una sorta di semicerchio, quasi a simboleggiare le corna di un toro, e nelle tombe più antiche, al centro del semicerchio è posizionata una stele alta in alcuni casi fino a 4 metri, finemente scolpita e fornita di una piccola apertura alla base che – si suppone – veniva chiusa da un masso, e tramite la quale si accedeva alla tomba.
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Le dimensioni impressionanti di tali strutture richiamano il passato nebuloso e un po’ misterioso della storia umana, la quale è ancora costellata di domande senza risposta.
Secondo alcune leggende, prima dell’arrivo della civiltà nuragica, questi sepolcri ospitavano i resti di uomini giganti potenti che vivevano nella zona, idea in gran parte dovuta alla dimensione massiccia delle pietre utilizzate, alcune delle quali raggiungono l’altezza di 30 metri. Tuttavia, nessun resto di esseri umani giganti è mai stato trovato nelle tombe.
La tomba di Coddu Vecchiu è il sito più enigmatico, dato che poco si sa circa i rituali che venivano celebrati nel sito, o il simbolismo che veniva evocato. Alcuni ritengono che le tombe erano considerate come dei portali verso l’aldilà, una sorta di passaggio dal mondo fisico a quello spirituale.
I Nuraghi costruivano le tombe su siti creduti fortemente geo-energetici: le lastre venivano disposte in posizione semicircolare, in modo da allinearsi con le linee energetiche della Terra e avevano la capacità di catturare e amplificare questa geo-energia.
Il malato veniva adagiato sulle pietre per ottenere la guarigione dall’energia positiva che emana la zona. Tale forza si credeva potesse beneficiare anche i morti, aiutandoli nel processo di separazione dell’anima spirituale dal corpo fisico.
Dunque, le Tombe dei Giganti offrono un interessante spaccato sui rituali delle antiche civiltà, ma non forniscono molte altre informazioni oltre al fatto di essere state usate come tombe: esse sembrano offrire più domande che risposte.
La Sardegna è nota anche per le notevoli statue dei Giganti di Mont‘e Prama, un insieme straordinario di frammenti statuari in pietra di epoca nuragica raffiguranti arcieri, guerrieri, pugilatori e modelli di nuraghe.
Le statue, di dimensioni monumentali, rappresentano la manifestazione di una civiltà che non ha uguali in tutto il bacino occidentale del Mediterraneo e proiettano nuova luce sull’arte e la cultura delle popolazioni della Sardegna.
Caratteristica comune alle statue è la resa del volto e in particolare degli occhi. Due cerchi concentrici, unitamente ad una fronte molto prominente che scende su un naso stilizzato e pronunciato, rendono lo sguardo delle statue magnetico e severo.
Resta, dunque, la suggestione e il grande mistero che sembra trasparire dalle vestigia della civiltà nuragica, la quale sembra custodire ancora gelosamente molti dei suoi segreti.
Qualcuno ha collegato le grandi tombe nuraghe alla leggenda dei giganti di Atlantide… chissà, forse la nostra Sardegna è stata una delle colonie fondate dai superstiti della civiltà atlantidea.