LA GIARA, UN ANGOLO DI PREISTORIA IN SARDEGNA

 

Ad appena sessanta chilometri da Cagliari è possibile ritrovare, come diceva lo scrittore Guido Piovene, l’infanzia del nostro mondo. Sul morbido paesaggio delle collinette che chiudono a est la piana del Campidano si erge infatti, come un gigantesca fortezza naturale, con i suoi 550 metri di altezza media, un altopiano di natura vulcanica, che occupa una superficie di ben 45 chilometri quadrati.

 

È laGiara, una pianura costituita da magma basaltico sgorgato nel Pliocene da più fenditure della terra: una volta consolidata, la rigida coltre di lava ha protetto gli strati sottostanti dalle successive erosioni, permettendo la formazione di questo immenso tavoliere.

Denominata non a caso l’isola nell’isola, la Giara conserva un ambiente unico e poco compromesso dall’uomo, ricoperto di macchia mediterranea, foreste di sughero e vaste praterie costellate di paulis, laghetti di acqua piovana. In primavera, certamente la stagione migliore per visitarla, è tutto un tripudio di fiori, incluse 15 specie endemiche di orchidee.

Esplorare la Giara è un’esperienza unica: perfino chi la conosce da tempo, ogni volta che ne scavalca l’orlo dalle numerose vie di accesso, non può trattenere un moto di stupore. L’immutabile linea dell’orizzonte, le querce da sughero sempre eguali (vi allignano oltre 250 mila piante), l’ambiente privo di precisi punti di riferimento, il labirinto di sentieri e di tratturi possono addirittura provocare un senso di smarrimento. Meglio affidarsi alle guide locali, che organizzano gite per tutti (da quelle pensate per gli escursionisti allenati a quelle organizzate per i bambini) e che, soprattutto, sanno pazientemente svelare i segreti della flora, della fauna e delle tracce dell’uomo, qui presente sin dai tempi più remoti, come testimoniano i resti dei 23 nuraghi a perimetro del tavolato.

cavallini della giaraE poi la magia dei cavallini. L’altopiano è infatti un habitat protetto che racchiude gli ultimi branchi di cavallini allo stato brado d’Europa. Qui vi sono ospitati circa 500 esemplari di Equus caballus giarae, nome scientifico con cui viene designata la particolare razza equina che popola la Giara. Di taglia minuta (alti al garrese non più di 130 cm) sono ben proporzionati e molto aggraziati. Non se ne conosce esattamente l’origine: sono con molta probabilità i discendenti inselvatichiti dei cavalli portati in Sardegna dai Fenici o dai Greci o dai Cartaginesi: con il trascorrere dei secoli, hanno assunto forma, colore e comportamenti adatti ad un ambiente ruvido ed isolato, sino a poterli definire a buon diritto come animali selvatici.

Quella dei cavallini è peraltro una storia tormentata: ogni anno, con il progredire della stagione asciutta, la Giara si inaridisce e il foraggio disponibile riesce a stento a dare alimento a tutta la popolazione equina. Particolarmente drammatica è stata l’assenza di piogge nell’autunno del 2012, che ha costretto tre dei Comuni dell’area (Gésturi,Tuili, Setzu) e la stessa Regione a intervenire per risolvere lo stato di emergenza.
L’episodio ha avuto il merito di richiamare l’attenzione sulla necessità di valorizzare ulteriormente l’enorme patrimonio naturale della Giara, anche in funzione del rilancio economico di un comprensorio con caratteristiche uniche in Europa, adatto come pochi ad alimentare una forte domanda di turismo responsabile. Una cosa è certa: sorprendere in primavera i cavallini, con gli zoccoli e le froge nell’acqua dei numerosi paulis, mentre brucano delicatamente i ranuncoli e gli anemoni che ricoprono le acque stagnanti, è uno spettacolo che da solo merita un viaggio.

Su Nuraxi, caposaldo del sistema nuragico della Giara

Dichiarato Patrimonio dell’Umanità nel 1997 da parte dell’Unesco, il complesso monumentale di Su Nuraxi, nel comune di Barùmini, nelle vicinanze della Giara, costituisce uno dei maggiori esempi architettonici dell’antica civiltà megalitica ed un’attrazione turistica di prim’ordine. Stranamente la sua scoperta è piuttosto recente. La prima notizia del nuraghe di Barùmini è del 1834, ma bisognerà attendere il 1938 per poter disporre di una descrizione del monumento, curata dall’archeologo Giovanni Lilliu, che disegna anche una planimetria delle parti allora leggibili. Lo stesso Lilliu nel 1940 dà inizio agli scavi di scoperta.

La vera svolta si ha però nel dopoguerra, quando la Soprintendenza alle antichità della Sardegna, con il consistente aiuto finanziario della Regione, promuove, sempre sotto la direzione del Lilliu, una serie di lavori conclusi nel 1956. Emerge così con evidenza l’intera struttura del nuraghe, vengono alla luce buona parte dei vani delle case di abitazione sino ad allora coperte da terreno coltivato, si palesa uno straordinario tessuto urbanistico ed architettonico. La struttura in blocchi basaltici è in realtà una stratificazione di diverse fasi costruttive, che confermano una continuità di vita dell’intero complesso partire dal XVI sino al I secolo a.C.

La struttura più antica del nuraghe è costituita da una torre centrale a tre camere sovrapposte (alta 18,60 m). In seguito, nel periodo del Bronzo tardo, attorno alla torre centrale sorgono quattro torri unite tra loro da una cortina muraria con un ballatoio superiore (oggi andato perduto), comunicanti tutte su un cortile interno servito da un pozzo.
Anche le prime capanne di abitazione si dispongono in prossimità del nuraghe. In tempi più tardi, nell’Età del Ferro, il complesso viene attorniato da un ulteriore cortina muraria. Durante il VI secolo a.C. questo sistema fortificato subisce distruzioni: viene successivamente ripristinato in epoca Cartaginese per poi essere occupato dai Romani prima di essere abbandonato definitivamente.

Su Nuraxi rappresenta il caposaldo di un sistema strategico di cui facevano parte altri nuraghi scaglionati lungo le pendici della Giara, in una posizione che consentiva il controllo dell’importante via di penetrazione che dal Campidano di Cagliari conduceva all’interno dell’isola.

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